Tito 3,4-7

Il volto della fede e la nuova umanità

 

Ma quando la bontà di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati,

egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante
il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo,

che egli ha sparso abbondantemente su di noi per mezzo di Cristo Gesù, nostro Salvatore,

affinché, giustificati, dalla sua grazia, diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna.

Tito 3,4-7

A prima vista questo breve brano non sembra particolarmente “natalizio”. Qualcuno potrebbe dire che ci troviamo davanti a un testo trasversale che va bene per ogni occasione: la bontà di Dio, la giustificazione per sola grazia e non mediante le opere.

Luca 2,1-20 è tutt’altra musica: eventi straordinari, cori angelici e tutto il romantico immaginario di Natale. Un anno fa ho predicato proprio sulla parte finale di Luca 2, affermando che questa bellissima narrazione racconta la nascita della fede. La fede che si mostra davanti a noi con il volto di un bambino, un volto dolce ma poco definito ancora. Nella vita di ciascuno e ciascuna di noi ci vogliono anni prima che le esperienze di gioia e di dolore definiscano veramente i nostri volti. Alla fine sono le rughe a dare il tocco finale a un volto maturo. La pelle del viso troppo liscia o un adulto con il volto fanciullesco non sono belli, sono grotteschi.

Ho fatto questa breve riflessione perché mi piace pensare al testo di predicazione di oggi come se questo testo disegnasse proprio il volto della fede. Il volto di una fede matura, salda. La lettera a Tito, infatti, appartiene alla seconda o addirittura alla terza generazione dei cristiani. Mi dispiace se qualcuno dovesse essere troppo sconvolto ma non è stato l’apostolo Paolo a vergarla con la sua penna. L’entusiasmo della fede appena nata ha ceduto il posto ai problemi di ordinaria amministrazione: conflitti dottrinali, odio e maldicenze all’interno delle comunità, rapporti assai problematici con le autorità secolari. Proprio in questo contesto che matura il volto della fede cristiana.

Quando prestiamo più attenzione al nostro breve brano scopriamo però che si tratta di un testo natalizio per eccellenza. Qual è il messaggio teologico di Natale? Il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe che si manifesta pienamente nella sua umanità. Il testo greco usa proprio il verbo manifestarsi (‘epefanê’, it. “si manifestò”). Forse questa è una delle ragioni per cui le comunità cristiane delle origini hanno celebrato l’Epifania ma non il Natale che è in fondo una festa imperiale romana che si radica nel calendario cristiano soltanto nel V secolo d.C.

Proseguiamo con le domande. Qual è il contenuto di questa epifania? La bontà di Dio e l’amore per gli uomini, recita la traduzione Nuova Riveduta della Bibbia. ‘hê chrêstotês kai hê filanthrôpia’, afferma il testo greco. Il secondo termine non ha bisogno di traduzioni, il primo può essere tradotto come bontà nel senso di amichevole gentilezza. Vediamo qui un meraviglioso gioco di parole. In un mondo di relazioni umane segnato da odio, rivalità maldicenze irrompe Dio con la sua umanità vera. Sì perché l’umanità di Dio non è stata corrotta dalla disubbidienza originale degli esseri umani e quindi si tratta dell’umanità vera e perfetta al tempo stesso. Le nostre immagini di Dio però sono spesso offuscate dalla nostra malvagità. Pensiamo dunque a un Dio cattivo, vendicatore, uno spietato manovratore delle nostre esistenze. Ma Dio non è così!

Siamo invece noi a vivere così la nostra umanità imperfetta. L’umanità vera e perfetta di Dio ha in sé un enorme potenziale pronto a rigenerare ciò che è corrotto, ciò che sta morendo. Il nostro testo allude molto chiaramente al battesimo nella sua duplice accezione: il battesimo dell’acqua e il battesimo dello Spirito. Il battesimo dell’acqua è per noi più facile da comprendere. Abituati come siamo al battesimo dei bambini, esso diventa un rito di passaggio, un’azione socialmente rilevante come direbbe un sociologo. È decisamente più problematico il battesimo dello Spirito. Sembra l’appannaggio dei pentecostali. Eppure la dottrina della rigenerazione per mezzo dello Spirito è il cuore del Nuovo Testamento trova anche uno spazio notevole nell’Istituzione della religione cristiana di Giovanni Calvino (libro III, cap. XIV). Credo che la chiave per i l rinnovamento di tutte le istituzioni ecclesiastiche sia proprio questa: la rivalutazione della dottrina e quindi della realtà delle rigenerazione per mezzo dello Spirito. La rigenerazione significa una nuova capacità di agire, basata sulla gratuità e sulla filantropia (nel senso biblico e non quello comune del termine). Noi non veniamo giustificati dalle opere, dalle nostre azioni nel mondo. Giustificati dalla fede soltanto rimaniamo peccatori. Così il cristiano è sempre e al tempo stesso giusto e peccatore. Ma proprio questa consapevolezza ci libera sia dall’angoscia legalistica sia dall’interesse egoistico per la nostra purezza morale. Sperimentare la bassezza della nostra condizione umana rinnova la nostra fiducia nella potenza dello Spirito di Dio.

Vorrei terminare questa predicazione con l’immagine del presepe napoletano. Questa metafora non ha nulla a che vedere con le affermazioni di alcuni esponenti della Lega Nord che vorrebbero usare il presepe come clava contro i musulmani. Mi ricordo però che non più di dieci, forse dodici anni fa la stessa Lega Nord bollava il presepe come espressione della cultura meridionale e tesseva le lodi dell’albero di Natale, ritenuto “puramente nordico”. Basta però con queste note polemiche. Ritorniamo all’architettura del presepe napoletano classico: la grotta della natività si trova in basso, tutti personaggi scendono dunque dalle parti alte della costruzione per contemplare Gesù, per entrare in comunione con lui. Credo che questa sia un’indicazione assai importante affinché possiamo sperimentare la rigenerazione per mezzo dello Spirito: abbandonare consapevolmente i nostri piedistalli, le nostre vere o presunte alture morali per sperimentare la bassezza della nostra condizione e lasciarci trasportare dallo Spirito di Dio verso i nuovi cieli e la nova terra dell’umanità perfetta.

 

Predicazione del pastore Pawel Gajewski Domenica Natale 2009 , Chiesa Evangelica Valdese di Firenze